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Velia

Elea fu fondata da un gruppo di Focesi che, cacciati dal territorio asiatico conquistato dai persiani di Ciro II il Grande, dapprima lasciarono la madrepatria e puntarono verso l'Asia Minore, quindi si rifugiarono in Corsica approdando ad Alalia, città con cui avevano ottimi rapporti d'affari. Ma poi, spinti dal desiderio di nuove avventure, ripresero la navigazione nel Mediterraneo settentrionale, gettando le ancore a Reggio. La sosta in Calabria fu decisiva per le sorti della futura città, qui infatti un acheo di Poseidonia indicò ai "profughi" focesi il sito nel quale, secondo l'oracolo di Delfi, sarebbe dovuta sorgere Elea. Bisognava, spiegò il messaggero, risalire la costa calabra fino alle foci dell'Alento. Era, più o meno, il 540 a.C.: Hyele (questo il primo nome della colonia), poi divenuta Elea, sorse una quarantina di chilometri più a sud di Poseidonia, che da meno di un secolo era un faro di civiltà ellenica per tutti i popoli che affacciavano sul Mediterraneo. Elea si sviluppò rapidamente, arrivando probabilmente ad essere anche più bella della colonia fondata solo una sessantina d'anni prima dai Sibariti poco più sopra. A renderla una vera e propria "gemma" era la favorevolissima posizione geografica: un fiume, l'Alento, sufficiente largo e profondo da consentire un riparo alle navi e, proprio alla foce, due isolette, Pontia e Isacia, che facevano da sentinelle. A monte, un promontorio fatto di terrazze digradanti verso il mare, su cui sorse l'Acropoli: templi, torri ed edifici sontuosi incastonati nella stupenda cornice del verde collinare. Accarezzata da un clima mite e ricca di acque terminali, Elea ospitò l'asclepieio più famoso dell'antichità, sede di una Scuola Medica antesignana di quella nata e sviluppatasi a Salerno del Medioevo. Vi arrivavano infermi da tutto il bacino del Mediterraneo per godere della dolcezza del clima e delle grandi proprietà terapeutiche delle acque. Tra gli altri, sarebbero venuti a curarsi qui anche l'imperatore Augusto, Cicerone, Orazio e Bruto, preceduti, qualche secolo prima, da Ippodamo da Mileto. L'amenità dei luoghi convinse anche un grande girovago come Senofane di Colofone, a porre un termine alle proprie peregrinazioni. E fu la fortuna di Elea, perché Senofane, nato come aedo post omerico e trasformatosi gradualmente in "libero pensatore", qui fondò un cenacolo filosofico tra i più famosi dell'antichità, che dal nome della città si chiamò "scuola eleatica". Gli esponenti della scuola eleatica rivoltarono il pensiero antico come un calzino. A cominciare dal fondatore, Senofone appunto, che per primo contrappose alla religione popolare politeista dominante la concezione teologica dell'Unità di Dio. Senofane ebbe come discepolo prediletto (una sorta di "primo della classe", diremmo con espressione moderna) Parmenide, che, portando alle estreme conseguenze la "predicazione" del maestro, elaborò la celebre teoria dell'essere, racchiusa nella frase che sui banchi del Liceo ci avrà anche fatto un po' sorridere per la sua apparente ovvietà: "L'essere è, il non essere non può essere", ma che per quei tempi significò una vera e propria rivoluzione. Per Karl Popper, infatti, Parmenide è stato un "precursore della civiltà occidentale". Parmenide nacque visse e morì ad Elea, e secondo lo storico Plutarco, fu anche un ottimo legislatore: in città infatti era obbligatorio, per chiunque raggiungesse la maggiore età, prestare giuramento di fedeltà alle "leggi parmenidee". Ad Elea, a poche decine di metri dalla casa di Parmenide, nacque pure Zenone, altro esponente di spicco della scuola di filosofia fondata da Senofane. Famoso per i suoi paradossi (celebre quello di Achille e la tartaruga), Zenone era la "spalla" di Parmenide. Insieme intorno alla metà del V secolo, partirono alla volta di Atene ufficialmente per una missione diplomatica. In realtà il viaggio si trasformò in un'eccellente occasione per un confronto dialettico serrato tra la scuola ateniese (con in testa Socrate) e la scuola eleatica, i cui contenuti furono illustrati da Platone nel suo "Parmenide". Discepolo di Zenone fu Melisso, che però non era nato ad Elea, ma sull'isola di Samo. Di mestiere faceva l'ammiraglio; diede inizio alla sua "speculazione" dopo avere incontrato Parmenide e Zenone, probabilmente proprio nel corso della loro trasferta ateniese, e da quel momento divenne il "quarto asso" del poker filosofico eleatico. Il declino della scuola eleatica iniziò molto prima di quello della città, che anzi tra il IV e il III secolo a.C., rafforzò la propria leadership nei traffici marittimi, diventando sempre più bella e splendente. La bella favola cominciò ad esaurirsi però lentamente per effetto di una serie di fenomeni alluvionali e geofisici. La prima alluvione di una certa violenza si abbatté su Elea nel III secolo a.C. Interessò una parte consistente dei quartieri meridionali e insabbio il porto fluviale, ricongiungendo le sue isolette di Pontia e Isacia alla terraferma: i due scogli sono individuabili ancora oggi, essendo gli unici punti calcarei in una vasta zona alluvionale. Nel I secolo a.C., Elea divenne Municipio Romano, assumendo l'odierna denominazione di Velia. I romani ne fecero, come si accennava prima, una stazione climatica di prim'ordine, e la città conobbe un nuovo, lungo periodo fortunato. Fino al IV secolo dopo Cristo, quando una catastrofica alluvione la seppellì completamente. In età medievale, con la costruzione della Torre normanna sulla base del grande Tempio di Athena e di una nuova città di diverso impianto urbanistico, dell'antica Elea fu cancellata ogni traccia. La città di Elea-Velia restò un fantasma del passato fino a un secolo e mezzo fa, quando cominciarono gli scavi.

Elea fu fondata da un gruppo di Focesi che, cacciati dal territorio asiatico conquistato dai persiani di Ciro II il Grande, dapprima lasciarono la madrepatria e puntarono verso l'Asia Minore, quindi si rifugiarono in Corsica approdando ad Alalia, città con cui avevano ottimi rapporti d'affari. Ma poi, spinti dal desiderio di nuove avventure, ripresero la navigazione nel Mediterraneo settentrionale, gettando le ancore a Reggio. La sosta in Calabria fu decisiva per le sorti della futura città, qui infatti un acheo di Poseidonia indicò ai "profughi" focesi il sito nel quale, secondo l'oracolo di Delfi, sarebbe dovuta sorgere Elea. Bisognava, spiegò il messaggero, risalire la costa calabra fino alle foci dell'Alento. Era, più o meno, il 540 a.C.: Hyele (questo il primo nome della colonia), poi divenuta Elea, sorse una quarantina di chilometri più a sud di Poseidonia, che da meno di un secolo era un faro di civiltà ellenica per tutti i popoli che affacciavano sul Mediterraneo. Elea si sviluppò rapidamente, arrivando probabilmente ad essere anche più bella della colonia fondata solo una sessantina d'anni prima dai Sibariti poco più sopra. A renderla una vera e propria "gemma" era la favorevolissima posizione geografica: un fiume, l'Alento, sufficiente largo e profondo da consentire un riparo alle navi e, proprio alla foce, due isolette, Pontia e Isacia, che facevano da sentinelle. A monte, un promontorio fatto di terrazze digradanti verso il mare, su cui sorse l'Acropoli: templi, torri ed edifici sontuosi incastonati nella stupenda cornice del verde collinare. Accarezzata da un clima mite e ricca di acque terminali, Elea ospitò l'asclepieio più famoso dell'antichità, sede di una Scuola Medica antesignana di quella nata e sviluppatasi a Salerno del Medioevo. Vi arrivavano infermi da tutto il bacino del Mediterraneo per godere della dolcezza del clima e delle grandi proprietà terapeutiche delle acque. Tra gli altri, sarebbero venuti a curarsi qui anche l'imperatore Augusto, Cicerone, Orazio e Bruto, preceduti, qualche secolo prima, da Ippodamo da Mileto. L'amenità dei luoghi convinse anche un grande girovago come Senofane di Colofone, a porre un termine alle proprie peregrinazioni. E fu la fortuna di Elea, perché Senofane, nato come aedo post omerico e trasformatosi gradualmente in "libero pensatore", qui fondò un cenacolo filosofico tra i più famosi dell'antichità, che dal nome della città si chiamò "scuola eleatica". Gli esponenti della scuola eleatica rivoltarono il pensiero antico come un calzino. A cominciare dal fondatore, Senofone appunto, che per primo contrappose alla religione popolare politeista dominante la concezione teologica dell'Unità di Dio. Senofane ebbe come discepolo prediletto (una sorta di "primo della classe", diremmo con espressione moderna) Parmenide, che, portando alle estreme conseguenze la "predicazione" del maestro, elaborò la celebre teoria dell'essere, racchiusa nella frase che sui banchi del Liceo ci avrà anche fatto un po' sorridere per la sua apparente ovvietà: "L'essere è, il non essere non può essere", ma che per quei tempi significò una vera e propria rivoluzione. Per Karl Popper, infatti, Parmenide è stato un "precursore della civiltà occidentale". Parmenide nacque visse e morì ad Elea, e secondo lo storico Plutarco, fu anche un ottimo legislatore: in città infatti era obbligatorio, per chiunque raggiungesse la maggiore età, prestare giuramento di fedeltà alle "leggi parmenidee". Ad Elea, a poche decine di metri dalla casa di Parmenide, nacque pure Zenone, altro esponente di spicco della scuola di filosofia fondata da Senofane. Famoso per i suoi paradossi (celebre quello di Achille e la tartaruga), Zenone era la "spalla" di Parmenide. Insieme intorno alla metà del V secolo, partirono alla volta di Atene ufficialmente per una missione diplomatica. In realtà il viaggio si trasformò in un'eccellente occasione per un confronto dialettico serrato tra la scuola ateniese (con in testa Socrate) e la scuola eleatica, i cui contenuti furono illustrati da Platone nel suo "Parmenide". Discepolo di Zenone fu Melisso, che però non era nato ad Elea, ma sull'isola di Samo. Di mestiere faceva l'ammiraglio; diede inizio alla sua "speculazione" dopo avere incontrato Parmenide e Zenone, probabilmente proprio nel corso della loro trasferta ateniese, e da quel momento divenne il "quarto asso" del poker filosofico eleatico. Il declino della scuola eleatica iniziò molto prima di quello della città, che anzi tra il IV e il III secolo a.C., rafforzò la propria leadership nei traffici marittimi, diventando sempre più bella e splendente. La bella favola cominciò ad esaurirsi però lentamente per effetto di una serie di fenomeni alluvionali e geofisici. La prima alluvione di una certa violenza si abbatté su Elea nel III secolo a.C. Interessò una parte consistente dei quartieri meridionali e insabbio il porto fluviale, ricongiungendo le sue isolette di Pontia e Isacia alla terraferma: i due scogli sono individuabili ancora oggi, essendo gli unici punti calcarei in una vasta zona alluvionale. Nel I secolo a.C., Elea divenne Municipio Romano, assumendo l'odierna denominazione di Velia. I romani ne fecero, come si accennava prima, una stazione climatica di prim'ordine, e la città conobbe un nuovo, lungo periodo fortunato. Fino al IV secolo dopo Cristo, quando una catastrofica alluvione la seppellì completamente. In età medievale, con la costruzione della Torre normanna sulla base del grande Tempio di Athena e di una nuova città di diverso impianto urbanistico, dell'antica Elea fu cancellata ogni traccia. La città di Elea-Velia restò un fantasma del passato fino a un secolo e mezzo fa, quando cominciarono gli scavi.

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