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Templi di Paestum

A vederli così, maestosi e arrossati dal sole che tramonta tra colonne e capitelli, quasi sospesi tra le fronde dei pini marittimi, sullo sfondo del mare del Golfo di Salerno, paiono tutto tranne che reali. Invece, nella loro imponente concretezza, i tre templi dorici di Paestum sono fra le testimonianze più preziose della storia e delle civiltà nate lungo le sponde del Mediterraneo. Qui, nella vasta piana delimitata dal fiume Sele, gli Argonauti, secondo il mito, e gli Achei fuoriusciti dalla Grecia prima e dall'Italica Sibari poi, secondo la storia, innalzarono il tempio a Hera Argiva e fondarono Poseidonia. L'etimologia del nome che, per la maggior parte degli studiosi, significa "città di Nettuno", lascia spazio anche a interpretazioni più oscure, ma la fama e la fortuna di questa colonia, a partire dal VI secolo a.C., è documentatissima. In particolare, accolse i sopravvissuti alla distruzione di Sibari, nel 510 a.C. Da allora ebbe inizio l'età dell'oro della ricca culla commerciale e cultura di Poseidonia, culminata nella costruzione del grande santuario urbano che conosciamo, sorto in una posizione geograficamente favorevole e tuttora scenografica. Intorno al 400 a.C. la località diventa, però, Paistom, o Paistos, sotto la dominazione lucana, fino ad assumere lo status di colonia romana con l'attuale denominazione Paestum, arricchendosi di ulteriori opere monumentali, quali il foro, l'anfiteatro e le terme. Quallo che il tempo non avrebbe (forse) distrutto, lo rovinò poi la terribile epidemia di malaria che imperversò nella zona e nella città, assunta nel frattempo al rango di diocesi, verso l'VIII secolo d.C.: gli abitanti si rifugiarono sulle alture circostanti e si stabilirono sulle alture circostanti e si stabilirono nell'agglomerato che ieri si chiamava Caput Aquis o Acquae (e oggi è ricordato come Capaccio Vecchio), abbandonando Paestum all'inevitabile degrado. Soltanto nel XVIII secolo infatti con l'apertura della strada rotabile voluta da Carlo di Borbone, i templi vennero riscoperti e studiati da una prima squadra di archeologici che li catalogarono come Basilica, tempio di Nettuno e tempio di Cerere. Ignorando che, invece, due dei monumenti erano stati dedicati a Hera e il terzo ad Atena. Questa in breve è la storia millenaria del "miracolo" Paestum e del suo magnifico complesso archeologico, conservatosi straordinariamente riconoscibile (e visitabile) fino ai giorni nostri. Oggi il sito è caratterizzato da un ampio recinto a pianta pentagonale, quasi un rettangolo appena stondato in un suo angolo, cinto da spesse mura lunghe quattro, cinque chilometri e interrotte in corrispondenza degli assi principali da quattro grandi porte (della Giustizia, della Sirena, Marina e Aurea), nonché intervallate da torri e passaggi minori. All'interno, le tre strutture doriche sono la punta d'un iceberg formato da altre costruzioni antichissime, abitazioni, complessi termali, tombe e naturalmente il Foro, che quasi galleggiano in un mare di rose: sono i celeberrimi biferi rosaria Paesti cantati da Virgilio. In primavera e in autunno i rosai fioriscono, tingendo la terra di un rosa che rivaleggia, in intensità, con quello delle rovine. Sono questi i momenti dell'anno ideali per fare un salto indietro nel tempo, alla ricerca della Poseidonia perduta. Al tramonto, in particolare, l'intera area pare incendiarsi e voler trattenere per sé gli ultimi raggi del sole, in un caleidoscopico gioco di colori e suggestioni. Con il buio invece cambia la scenografia, ma non la magia: illuminati ad arte (ma solo nelle notti d'estate) richiamato decine e decine di curiosi, appassionati e, perché, romantici visitatori nottambuli. Il bello di Paestum è che non ci sono itinerari obbligati. Ognuno, una volta varcata la soglia, anzi le soglie, del recinto e acquistato il biglietto, può vagobondare tra le rovine secondo un proprio percorso, spaziale e mentale insieme. Nel rispetto ovviamente della faticosa e onerosa opera di manutenzione dell'intero sito archeologico. L'ingresso principale si trova proprio davanti al tempo di Nettuno, ma si può scegliere di accedere anche dalla porta della Giustizia, o accanto al Museo archeologico (iun via Magna Grecia 917, tel 0828811023). Varcando la porta della Giustizia, s'imbocca subito il cardo, cioè la strada principale che attraversa gli scavi da sud a nord, detta anche Via Sacra perché lambisce i due santuari di Hera e Atena sulla destra. Circa a metà, incrocia il Foro e il Decumano, che si snoda, come di regola, da est a ovest, congiungendo la porta della Sirena (da notare il bassorilievo rappresentante una sfinge benaugurante) con la porta Marina. Subito ci si imbatte nella mole della Basilica,altrimenti detta tempio di Hera, divinità amatissima dagli Achei sibariti che la innalzarono, forse, già nel VI secolo a.C. La struttura ha tutte le caratteristiche tipiche dello stile dorico: i capitelli semplici, il tradizionale rigonfiamento delle colonne, la peristasi esterna e il colonnato interno. Il risultato è davvero impressionante. 50 colonne doriche originarie (nove sui lati corti e 18 su quelli lunghi), rastremate in alto e sormontate dai capitelli ornati di foglie bacellate, e un fregio di metope e trigilfi sopra l'architrave. Non c'è traccia invece della cella orginaria ma un pronao in antis e una manciata di colonne ne testimoniano l'esistenza. Pochi passi più in là domina il maestoso tempio di Nettuno o Poseidonion, il più grande e meglio conservato dai templi pestani (450 a.C.). Il travertino locale, utilizzato come materiale di costruzione, ha regalato all'edificio una speciale patina dorata che lo contraddistingue e, soprattutto, lo pone in netto risalto sullo sfondo nitido del cielo. Ma non è soltanto merito della particolare colorazione se il Poseidonion (in realtà dedicato a Hera) lascia letteralmente stupefatti i visitatori che si avvicinano alle sue colonne angolari (anziché ellittiche) per la prima volta: le sue proporzioni armoniche e perfette crano un'impressione di solidità e insieme di eleganza, di possanza e leggerezza, facendone un modello unico di architettura dorica templare in Italia e Grecia. Proseguendo lungo la stessa traiettoria e calpestando le tracce del lastricato romano, si giunge a quella che, con molte probabilità, fungeva da cisterna per ritrovarsi poi nell'area del Foro, ossia in un ampio spazio rettangolare ritagliato in un settore della precedente agorà greca. Comprendeva e comprende oggi, con un sensibile sforzo di fantasia, alcune botteghe, un macellum o mercato (di carne e pesce) ottagonale, forse una Curia, il lararium per adorare gli antenati, le terme (parzualmente scavate) e il Capitolium, cioè l'edificio fondamentale della civiltà romana, altrimenti identificato come Foro italico. Era dedicato, come da costume, a Giove, Giunone e Minerva. E pare avesse sei colonne (poi ridotte a quattro) sulla fronte, e otto sui lati lunghi. Di queste una è stata rialzata dopo che un fultimine l'aveva abbattuta nel 1960. Sul lato orientale del Foro, infine, ci sono le gradinate del comitium, dove i pestani-romani si riunivano nelle occasioni pubbliche e, dietro, l'anfiteatro (I sec.a.C/I sec.d.C.) tagliato in due purtroppo da un tratto della vecchia ma ancora frequentatissima strada statale 18. Ancora più a nord affiorano tra l'erba le vestigia di quella che era con molta probabilità l'agorà greca, o comunque una cavea destinata ad accogliere le assemblee. Si tratta di una costruzione di pinta circolare risalente al V secolo a.C.,che si estende a ridosso del misterioso sacello sotterraneo scavato nella roccia. Diverse sono le ipotesi sulle funzioni di quest'enigmatica camera rettangolare, dove sono stati rinvenuti un letto in ferro, cinque spiedi metallici, otto vasi in bronzo e un'Anfora attica a figure nere (oggi visibili al vicino Museo archeologico nazionale): potrebbe essere stato un luogo di culto delle ninfe oppure la sepoltura onoraria delle ninfe oppure la sepoltura onoraria dell'eroe fondatore di Poseidonia. Dietro un improvviso gruppo di pini, invece, si fa largo il monumentale Ahtenaion (VI sec. a.C.), il santuario di Atena, falsamente attribuito a Cerere, il terzo e ultimo dei grandi edifici celebrativi e dorici di Paestum: 34 colonne scanalate, più sottili delle sorelle della Basilica (sei sui lati corti e 13 sui lunghi), una cornice sporgente decorata con motivi e cassettoni e una cella preceduta da un pronao a otto colonne ioniche, a ridosso della quale sono adagiati i resti di tre tombe cristiane (nell'alto Medioevo, l'Athenanion era stato adibito a chiesa). All'estremità settentrionale della  Via Sacra, si apre infine la porta Aurea, in origine fiancheggiata da una torre quadrata, in parte conservata, e una semicilindrica, di cui sopravvivono solo le fondazioni. Da qui si consiglia di iniziare il periplo pentagonale delle mura (4750 metri in tutto) che abbracciano tutto il complesso. Di fondazione greca, ma rafforzate e rifatte dai Romani, formano una cortina di grossi blocchi di pietra calcarea che protegge gli scavi dalle agressioni e dai rumori della citta nuova, quella Capaccio Scalo cresciuta intorno alle rovine pestane. In corrispondenza di porta Marina parte il sentiero che conduce alla cosiddetta torre di Paestum (dopo 300 metri circa), conica e tozza, simile a una torre di vedetta. Sempre nei pressi di porta Marina c'è poi la scala di accesso al vecchio cammino di ronda delle mura: da qui, si ha un'ampia vista sul Golfo di Salerno, dalla punta della Campanella a punta Tresino e, più a est, sulle rovine che paiono quasi un prezioso museo storico, archeologico e architettonico a cielo aperto.

A vederli così, maestosi e arrossati dal sole che tramonta tra colonne e capitelli, quasi sospesi tra le fronde dei pini marittimi, sullo sfondo del mare del Golfo di Salerno, paiono tutto tranne che reali. Invece, nella loro imponente concretezza, i tre templi dorici di Paestum sono fra le testimonianze più preziose della storia e delle civiltà nate lungo le sponde del Mediterraneo. Qui, nella vasta piana delimitata dal fiume Sele, gli Argonauti, secondo il mito, e gli Achei fuoriusciti dalla Grecia prima e dall'Italica Sibari poi, secondo la storia, innalzarono il tempio a Hera Argiva e fondarono Poseidonia. L'etimologia del nome che, per la maggior parte degli studiosi, significa "città di Nettuno", lascia spazio anche a interpretazioni più oscure, ma la fama e la fortuna di questa colonia, a partire dal VI secolo a.C., è documentatissima. In particolare, accolse i sopravvissuti alla distruzione di Sibari, nel 510 a.C. Da allora ebbe inizio l'età dell'oro della ricca culla commerciale e cultura di Poseidonia, culminata nella costruzione del grande santuario urbano che conosciamo, sorto in una posizione geograficamente favorevole e tuttora scenografica. Intorno al 400 a.C. la località diventa, però, Paistom, o Paistos, sotto la dominazione lucana, fino ad assumere lo status di colonia romana con l'attuale denominazione Paestum, arricchendosi di ulteriori opere monumentali, quali il foro, l'anfiteatro e le terme. Quallo che il tempo non avrebbe (forse) distrutto, lo rovinò poi la terribile epidemia di malaria che imperversò nella zona e nella città, assunta nel frattempo al rango di diocesi, verso l'VIII secolo d.C.: gli abitanti si rifugiarono sulle alture circostanti e si stabilirono sulle alture circostanti e si stabilirono nell'agglomerato che ieri si chiamava Caput Aquis o Acquae (e oggi è ricordato come Capaccio Vecchio), abbandonando Paestum all'inevitabile degrado. Soltanto nel XVIII secolo infatti con l'apertura della strada rotabile voluta da Carlo di Borbone, i templi vennero riscoperti e studiati da una prima squadra di archeologici che li catalogarono come Basilica, tempio di Nettuno e tempio di Cerere. Ignorando che, invece, due dei monumenti erano stati dedicati a Hera e il terzo ad Atena. Questa in breve è la storia millenaria del "miracolo" Paestum e del suo magnifico complesso archeologico, conservatosi straordinariamente riconoscibile (e visitabile) fino ai giorni nostri. Oggi il sito è caratterizzato da un ampio recinto a pianta pentagonale, quasi un rettangolo appena stondato in un suo angolo, cinto da spesse mura lunghe quattro, cinque chilometri e interrotte in corrispondenza degli assi principali da quattro grandi porte (della Giustizia, della Sirena, Marina e Aurea), nonché intervallate da torri e passaggi minori. All'interno, le tre strutture doriche sono la punta d'un iceberg formato da altre costruzioni antichissime, abitazioni, complessi termali, tombe e naturalmente il Foro, che quasi galleggiano in un mare di rose: sono i celeberrimi biferi rosaria Paesti cantati da Virgilio. In primavera e in autunno i rosai fioriscono, tingendo la terra di un rosa che rivaleggia, in intensità, con quello delle rovine. Sono questi i momenti dell'anno ideali per fare un salto indietro nel tempo, alla ricerca della Poseidonia perduta. Al tramonto, in particolare, l'intera area pare incendiarsi e voler trattenere per sé gli ultimi raggi del sole, in un caleidoscopico gioco di colori e suggestioni. Con il buio invece cambia la scenografia, ma non la magia: illuminati ad arte (ma solo nelle notti d'estate) richiamato decine e decine di curiosi, appassionati e, perché, romantici visitatori nottambuli. Il bello di Paestum è che non ci sono itinerari obbligati. Ognuno, una volta varcata la soglia, anzi le soglie, del recinto e acquistato il biglietto, può vagobondare tra le rovine secondo un proprio percorso, spaziale e mentale insieme. Nel rispetto ovviamente della faticosa e onerosa opera di manutenzione dell'intero sito archeologico. L'ingresso principale si trova proprio davanti al tempo di Nettuno, ma si può scegliere di accedere anche dalla porta della Giustizia, o accanto al Museo archeologico (iun via Magna Grecia 917, tel 0828811023). Varcando la porta della Giustizia, s'imbocca subito il cardo, cioè la strada principale che attraversa gli scavi da sud a nord, detta anche Via Sacra perché lambisce i due santuari di Hera e Atena sulla destra. Circa a metà, incrocia il Foro e il Decumano, che si snoda, come di regola, da est a ovest, congiungendo la porta della Sirena (da notare il bassorilievo rappresentante una sfinge benaugurante) con la porta Marina. Subito ci si imbatte nella mole della Basilica,altrimenti detta tempio di Hera, divinità amatissima dagli Achei sibariti che la innalzarono, forse, già nel VI secolo a.C. La struttura ha tutte le caratteristiche tipiche dello stile dorico: i capitelli semplici, il tradizionale rigonfiamento delle colonne, la peristasi esterna e il colonnato interno. Il risultato è davvero impressionante. 50 colonne doriche originarie (nove sui lati corti e 18 su quelli lunghi), rastremate in alto e sormontate dai capitelli ornati di foglie bacellate, e un fregio di metope e trigilfi sopra l'architrave. Non c'è traccia invece della cella orginaria ma un pronao in antis e una manciata di colonne ne testimoniano l'esistenza. Pochi passi più in là domina il maestoso tempio di Nettuno o Poseidonion, il più grande e meglio conservato dai templi pestani (450 a.C.). Il travertino locale, utilizzato come materiale di costruzione, ha regalato all'edificio una speciale patina dorata che lo contraddistingue e, soprattutto, lo pone in netto risalto sullo sfondo nitido del cielo. Ma non è soltanto merito della particolare colorazione se il Poseidonion (in realtà dedicato a Hera) lascia letteralmente stupefatti i visitatori che si avvicinano alle sue colonne angolari (anziché ellittiche) per la prima volta: le sue proporzioni armoniche e perfette crano un'impressione di solidità e insieme di eleganza, di possanza e leggerezza, facendone un modello unico di architettura dorica templare in Italia e Grecia. Proseguendo lungo la stessa traiettoria e calpestando le tracce del lastricato romano, si giunge a quella che, con molte probabilità, fungeva da cisterna per ritrovarsi poi nell'area del Foro, ossia in un ampio spazio rettangolare ritagliato in un settore della precedente agorà greca. Comprendeva e comprende oggi, con un sensibile sforzo di fantasia, alcune botteghe, un macellum o mercato (di carne e pesce) ottagonale, forse una Curia, il lararium per adorare gli antenati, le terme (parzualmente scavate) e il Capitolium, cioè l'edificio fondamentale della civiltà romana, altrimenti identificato come Foro italico. Era dedicato, come da costume, a Giove, Giunone e Minerva. E pare avesse sei colonne (poi ridotte a quattro) sulla fronte, e otto sui lati lunghi. Di queste una è stata rialzata dopo che un fultimine l'aveva abbattuta nel 1960. Sul lato orientale del Foro, infine, ci sono le gradinate del comitium, dove i pestani-romani si riunivano nelle occasioni pubbliche e, dietro, l'anfiteatro (I sec.a.C/I sec.d.C.) tagliato in due purtroppo da un tratto della vecchia ma ancora frequentatissima strada statale 18. Ancora più a nord affiorano tra l'erba le vestigia di quella che era con molta probabilità l'agorà greca, o comunque una cavea destinata ad accogliere le assemblee. Si tratta di una costruzione di pinta circolare risalente al V secolo a.C.,che si estende a ridosso del misterioso sacello sotterraneo scavato nella roccia. Diverse sono le ipotesi sulle funzioni di quest'enigmatica camera rettangolare, dove sono stati rinvenuti un letto in ferro, cinque spiedi metallici, otto vasi in bronzo e un'Anfora attica a figure nere (oggi visibili al vicino Museo archeologico nazionale): potrebbe essere stato un luogo di culto delle ninfe oppure la sepoltura onoraria delle ninfe oppure la sepoltura onoraria dell'eroe fondatore di Poseidonia. Dietro un improvviso gruppo di pini, invece, si fa largo il monumentale Ahtenaion (VI sec. a.C.), il santuario di Atena, falsamente attribuito a Cerere, il terzo e ultimo dei grandi edifici celebrativi e dorici di Paestum: 34 colonne scanalate, più sottili delle sorelle della Basilica (sei sui lati corti e 13 sui lunghi), una cornice sporgente decorata con motivi e cassettoni e una cella preceduta da un pronao a otto colonne ioniche, a ridosso della quale sono adagiati i resti di tre tombe cristiane (nell'alto Medioevo, l'Athenanion era stato adibito a chiesa). All'estremità settentrionale della  Via Sacra, si apre infine la porta Aurea, in origine fiancheggiata da una torre quadrata, in parte conservata, e una semicilindrica, di cui sopravvivono solo le fondazioni. Da qui si consiglia di iniziare il periplo pentagonale delle mura (4750 metri in tutto) che abbracciano tutto il complesso. Di fondazione greca, ma rafforzate e rifatte dai Romani, formano una cortina di grossi blocchi di pietra calcarea che protegge gli scavi dalle agressioni e dai rumori della citta nuova, quella Capaccio Scalo cresciuta intorno alle rovine pestane. In corrispondenza di porta Marina parte il sentiero che conduce alla cosiddetta torre di Paestum (dopo 300 metri circa), conica e tozza, simile a una torre di vedetta. Sempre nei pressi di porta Marina c'è poi la scala di accesso al vecchio cammino di ronda delle mura: da qui, si ha un'ampia vista sul Golfo di Salerno, dalla punta della Campanella a punta Tresino e, più a est, sulle rovine che paiono quasi un prezioso museo storico, archeologico e architettonico a cielo aperto.

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